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Giussani: un giorno ebrei e cristiani saranno una cosa sola

Corriere della Sera, p. 35

A. Cazzullo | 29 ottobre 2004

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Il Corriere della Sera

Mezzo secolo fa nasceva Comunione e Liberazione. In centro a Milano, nel liceo delle grandi famiglie laiche, il Berchet. Leggerne la storia, raccontata dal suo fondatore nel libro che uscirà il 3 novembre - Un caffè in compagnia. Conversazioni sul presente e sul destino, Rizzoli, firmato da don Luigi Giussani e da Renato Farina, frutto di 12 conversazioni registrate nell'arco di vent'anni - è come entrare a teatro. Non si sviluppa una dottrina, ma si partecipa ad azioni drammatiche: l'attentato al Papa nel 1981, la crisi della Chiesa, la morte di un amico, un invito a uno strano dibattito.

Il giudizio sulle autorità ecclesiastiche è duro: «La Chiesa italiana ha lasciato nella solitudine l'azione del Papa», afferma Giussani. La tesi è che la Chiesa abbia ridotto il cristianesimo a morale e a politica, perdendo il senso del mistero, della fede, del «Cristo come avvenimento presente nella storia». Anche così si spiega la perdita di identità del popolo cristiano: «Gli uomini del potere hanno impedito a questo popolo di ricordare, così che non ha più memoria e non ha più volto». Cristo viene «mummificato», quasi che la Chiesa si vergognasse di lui. Fino a far intravedere a don Giussani quel «fumo di Satana» additato già da Paolo VI: «Sicuramente il diavolo può lavorare tanto bene da far sì che anche certa ecclesiasticità partecipi a questa manovra» contro il cattolicesimo. Il fondatore di Cl racconta a Farina i suoi dubbi sulla fine di Papa Luciani: «Dio ha voluto il sacrificio di quest'uomo (perché è stato un sacrificio reale!), e sapremo forse soltanto alla fine del mondo fin dove è stato martirio».

Indica nel delitto Moro «un enigma altamente equivoco», in cui l'unica parola di commozione viene dal Papa, non dalla Dc. Eppure esprime fiducia sul destino della cristianità, sino a inoltrarsi in un'affermazione destinata a fare discutere: «Io credo che, se non ci sarà prima la fine del mondo, cristiani ed ebrei saranno una cosa sola nel giro di 60-70 anni». E dichiara il suo interesse a discutere anche con il suo avversario storico, la sinistra. Come accadde ad esempio in un episodio poco noto, che Farina racconta come uno dei momenti essenziali della predicazione di Giussani.

Milano, 1986. Don Giussani incontra i ragazzi della «Comuna Baires»: rivoluzionari esuli dall'Argentina insieme con «comunisti, socialisti, cristiani». Inizia spiegando la differenza tra utopia («nasce dalla testa, è lo sfogarsi della fantasia») e ideale («qualcosa di infinito che si realizza già in ogni istante»). La pace non è nemica dell'irrequietezza da lui augurata a chiunque sia uomo, e per farsi capire cita un detto di Gesù non riportato dai Vangeli: «Venni tra loro e li trovai tutti ubriachi. Nessuno di loro aveva sete». Ma lo scopo della vita non può essere «la ricerca», così come «l'ideale dell'innamoramento non è la ricerca... Nella vita nulla si svolge se non attraverso una certezza». Rumori, sussulti.

inché la platea è come se si arrendesse. E un ragazzo gli domanda: «Dove sta la grandezza dell'essere uomini?». Il prete risponde: «Esistono due tipi di grandezza. Il primo è quello dell'anarchico, colui che rifiuta l'infinito per affermare. L'altro uomo grande è colui che sta tutto nel sentimento religioso, che è amore all'infinito».

Così Giussani racconta alla platea, e quindi al lettore, la nascita del movimento. Anni Cinquanta. «In confessionale viene da me un ragazzo. Dalla sponda della porticina lo sento dirmi: "Guardi, dietro c'è mia madre, che m'ha costretto a confessarmi; però io non ci credo". E io: "Se non credi, non posso assolverti", gli dico. E lui: "Il vero tipo umano è il Capaneo dantesco. è lì, legato, incatenato nell'inferno e ride: Dio, non posso liberarmi perché tu m'incateni, ma non puoi impedirmi di bestemmiarmi, e io ti bestemmio. Questa è la statura dell'uomo". Io ero lì impacciato, il suo era uno di quei ragionamenti che valgon più di tutte le ragioni del mondo. Ma poi tranquillamente gli ho detto: "Ma non è più grande ancora amare l'infinito?". Ha ridacchiato e se n'è andato. Dopo quattro mesi è tornato, mi disse che faceva la comunione ogni giorno: "La sua frase mi ha roso dentro". Due settimane dopo moriva in un incidente. è il primo ricordo del mio cosiddetto movimento. Si chiamava Luigi».

Cl nasce così. Un laico resta turbato. Capita anche a Pierluigi Battista, che dedica a questi colloqui una corposa, amara prefazione: «La cultura laicoilluministica, così come l'abbiamo conosciuta sinora, è morta. O meglio, sopravvive a se stessa, ma non esiste più, non comunica più niente di vitale e di significativo, altro non sa trasmettere se non il balbettio di noiose litanie». Conclude, da «liberale non credente» che non sa più che farsene delle «intolleranti certezze», con una specie di dichiarazione d'amore a Giussani: «In queste interviste dimostra di aver saputo attraversare il deserto dell'amarezza e dell'altrui incomprensione con fierezza e rigore. Con altrettanta misura saprà giudicare il collasso dei suoi storici avversari». Don Giussani risponderebbe, con la sua ironia, che non solo i laici, ma anche Dio ha dei problemi a sopportarsi: «Dio sopporta se stesso perché è Carità».

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